Nello Spazio Murat "La città provvisoria"

Bari
dal 5 luglio 2018 al 5 agosto 2018 alle ore 11:00

Espongono: Ann Agee, Stefano Faoro, Judith Fergerl, Roxane Huilmand, Birgit Jürgenssen, Aglaia Konrad, Inga Meldere, Maruša Sagadin. Dal 5 luglio al 5 agosto

Indirizzo piazza del Ferrarese

Nello Spazio Murat "La città provvisoria"
n.c. © n.c.

La città provvisoria, il progetto a cura di Melissa Destino, si pone come una conferma della volontà e capacità organizzativa di Spazio Murat - che in questo caso ha curato la supervisione, il coordinamento e la produzione della mostra - con il sostegno di due sponsor: Moving Center (nell’ambito del progetto Porte aperte alla cultura) e Bundeskanzleramt Österreich (cancelleria federale austriaca, dipartimento di arte e cultura), e il patrocinio del Comune di Bari.

Allestita, con ingresso gratuito, dal 5 luglio al 5 agosto all’interno dello spazio espositivo nel cuore di Bari (piazza del Ferrarese, 1) questa mostra nasce dalla forte volontà dei gestori di Spazio Murat di diffondere la conoscenza e la cultura dell’Arte, ponendo al centro della ricerca non solo gli artisti e le loro opere ma anche il pubblico che di quest’arte deve fruire.

Inaugurazione giovedì 5 luglio, ore 18, in Spazio Murat (piazza del Ferrarese - Bari).

Il progetto collettivo, curato da Melissa Destino, curatrice barese ora di stanza a Vienna, chiuderà la stagione espositiva 2018 dello Spazio prima dell'avvio dei lavori di ristrutturazione necessari e già annunciati dal Comune di Bari. L’intento è quello di aprire una riflessione sulla città e su come questo termine individui una nozione che, nel contesto contemporaneo, si rivela essere indeterminata, data l’effettiva difficoltà di definirne i confini.

Grazie al lavoro dei otto artisti in mostra, Ann Agee, Stefano Faoro, Judith Fergerl, Roxane Huilmand, Birgit Jürgenssen, Aglaia Konrad, Inga Meldere, Maruša Sagadin, Spazio Murat si confronta con la città che muta, con la politica del paesaggio urbano e con le strutture che lo attraversano. Con le opere esposte, realizzate con strumenti e materiali differenti (si passa dalla fotografia alla videoarte, dalla pittura alla scultura, e si arriva ad installazioni tra cui un’audio da ascoltare all’interno dell’abitacolo di un’auto) la curatrice ha riunito in un unico luogo “spazi” e dimensioni diversi, per mostrare e dimostrare come la provvisorietà non rappresenti solo ed esclusivamente un concetto negativo: ciò che è provvisorio e non univocamente definito è anche ciò che è potenzialmente ancora modificabile, trasformabile, sperimentabile, ovvero, in “potenza“.

La mostra
“Il senso è un’entità inesistente, e, di fatti, mantiene delle relazioni molto speciali con il non senso”. Il titolo della mostra si compone di due parole dal significato ambiguo. Il termine “città” individua una nozione che, nel contesto contemporaneo, si rivela essere indeterminata: viene ancora utilizzato nel discorso pubblico per la sua capacità evocativa, ma data l’effettiva difficoltà di definire i confini della città (si pensi, ad esempio, alle periferie in espansione e alle relazioni tra spazi urbani e non-urbani), nell’urbanistica contemporanea vengono predilette altre definizioni – come quelle di “conurbazione”, “agglomerato urbano”, “territori urbani”, “città paesaggio”.

Già nel 1933 Félix Guattari postula che la città esiste solamente in quanto fantasma collettivo e che può essere pensata non come entità definita, ma al contrario solo come un campo di forze diverse. Più tardi, ritornando sul tema negli anni 70, Guattari e Gilles Deleuze, sostengono che non esiste qualcosa come la città, ma piuttosto un insieme di "équipments" urbani, di infrastrutture in cui l'urbanizzazione e la soggettività si intrecciano. Dunque, in quanto tale, la città è per definizione “provvisoria”. Vengono qui sottese due valenze, in rapporto tra loro dialettico: da una parte l’essere “in potenza” – in divenire, sempre trasformabile, sperimentabile dall’altra l’essere temporaneo, precario.

Nella città che muta si cela un’enorme potenzialità: si possono definire nuove forme di vita, di azione individuale e collettiva. L’essere soggetto è in sé un rapporto di potere tra l’agire (attraverso l’elaborazione e la produzione di sé) e il subire (inevitabili e continue procedure di oggettivazione, di semplificazione della complessità). Seppur non si possa uscire dalle dinamiche di potere e di oggettivazione, è possibile lavorare a un tipo di soggettivazione che crei al suo interno uno sbilanciamento che permetta la “costituzione del sé” in uno spazio comune.

“La città provvisoria” prende in considerazione e indaga questa relazione tra spazio e soggettivazione, esplorando il paesaggio urbano e mettendo a sistema i suoi molteplici strati, sovrapposti e comunicanti.

L'interdipendenza tra spazi e corpi, tra cui emerge la politica, viene qui richiamata in modo simile al meccanismo che ha portato il termine tedesco "Frauenzimmer" a cambiare significato: se nel XV secolo la parola rimandava allo spazio di una stanza fisica, nel XVII secolo il suo ambito semantico si sposta e inizia a definire invece il soggetto – nello specifico la donna – che abita quello spazio. Proprio questo passaggio linguistico diventa cruciale non solo nel suggerire la mutua relazione tra luogo e individuo, ma anche le modalità di vicendevole affezione, di reciproco cambiamento.

La mostra, che riunisce in un unico luogo “spazi” e dimensioni diversi – in alcuni casi apparentemente incompatibili – può essere letta utilizzando la nozione foucaultiana di eterotopìa, uno strumento che mina alla base il linguaggio e spezza ripetutamente definizioni e luoghi comuni: come nelle eterotopìe, La città provvisoria raccoglie più tipologie di luoghi che non sottostanno per vari versi alle forze normalizzanti: sia gli interni delle case che le metropoli viste dall’alto sfuggono costantemente alle categorie. É proprio quindi a partire dagli interstizi tra quest’ultime, che l’esposizione prende forma attraverso insiemi di frammenti, variazioni di scala e spazialità.

Le opere e gli artisti in mostra

Ann Agee
Il lavoro di Ann Agee si colloca a cavallo tra arti visive e decorative e mette in discussione i confini tra le due. Orange Room è un trompe-l'oeil dipinto su carta di gelso thailandese (una carta morbida e setosa prodotta a mano, acquistabile in rotoli). L’immagine, prodotta con stencil in mylar ritagliati e colori acrilici, mette in relazione lo spazio domestico dell’artista con le carte da parati europee del XVIII secolo. La casa, vissuta nel tempo dilatato del quotidiano, diventa oggetto di osservazione e soggetto di questo panorama privato familiare, femminile.

Rimanendo all’interno dei formati standardizzati, Agee riproduce e accosta sezioni di interni su un supporto cartaceo la cui funzionalità richiama quella della carta da parati, sebbene se ne scardini la fissità: la base dell’opera rimane libera di curvarsi, di muoversi, di toccare il pavimento. L’illusione della potenziale azione di rivestimento si accompagna a quella dell’estensione dello spazio al di là del muro (movibile). Lo spazio domestico è momentaneamente disabitato: una coloratissima carta da parati evoca (contrariamente a quanto fa l’opera stessa) la riproducibilità meccanica del prodotto industriale e una porta aperta suggerisce non solo la presenza/assenza di qualcuno, ma apre l’immaginazione verso un altrove, richiamando la compresenza di stati di gioia e precarietà, attività e inattività, presenza e assenza, movimento e pausa.

Ann Agee è nata a Philadelphia nel 1959 e vive a Brooklyn, New York. Ha conseguito il Bachelor of Fine Arts (1981) presso la Cooper Union School of art e il Master of Fine Arts presso la Yale school of Art nel 1986. Il suo lavoro è stato esposto per la prima volta nella collettiva "Bad Girls" di Marcia Tuckers al New Museum, NY e da allora è stato presentato al Brooklyn Museum, al Philadelphia Museum of Art, in gallerie di livello nazionale e internazionale. Collabora in maniera regolare con la galleria PPOW a New York. Le sue opere sono incluse in diverse collezioni pubbliche, tra cui quelle del Brooklyn Museum, il Philadelphia Art Museum, il Los Angeles County Museum e il RISD Art Museum. Il Metropolitan Museum of Art l’ha invitata a far parte del progetto online "Artist project”.

Stefano Faoro
Il lavoro di Stefano Faoro si sviluppa attorno a tre piani principali che si intersecano costantemente: la città (intesa come continua sovrapposizione di individualità e collettività), la performatività del linguaggio e gli aspetti amministrativi del lavoro.

In entrambe le opere Car Paintings e Broken shoe – sia nel linguaggio visivo che in quello orale – Faoro struttura la costruzione degli spazi, fisici e amministrativi, attraverso la ripetizione e la variazione. Gli abitacoli delle macchine veicolano un discorso che coinvolge contemporaneamente il tempo della produttività e dell’improduttività, la cui contrapposizione viene annullata attraverso l’analisi della costruzione del valore, della sussunzione totale del tempo della vita. Gli interni delle macchine, immersi nello spazio notturno (esso stesso una pausa) ospitano i momenti di transitorietà, di apparente improduttività. A cavallo tra la dimensione del progettuale e quella del già vissuto, le luci rendono visibili, a tratti, sia brevi accenni dello spazio urbano che il design degli interni di questo oggetto/soggetto-macchina, che come un embrione vive e viene vissuto nell’organismo-città.

Al centro dei lavori di Faoro c’è la chiacchiera; una chiacchiera libera e infondata che, come dice Paolo Virno, è come un rumore di fondo: autorizza l’elaborazione e la sperimentazione di nuovi discorsi. Una ricerca sulla rappresentazione del lavoro e su come sia impossibile rappresentare le piacevoli pause, che ormai si sono dilatate e permeano trasversalmente la produzione continua.

Stefano Faoro vive e lavora a Vienna e Venezia. Nel 2015 è stato in residenza a WIELS Contemporary Art Centre a Bruxelles e nel 2013/14 ricercatore alla Jan van Eyck Academie di Maastricht. Ha esposto e presentato performance a (selezione): De Appel, Amsterdam; WIELS, Bruxelles; Galerie Krome, Berlin; Ronwrong, Amsterdam; Localedue, Bologna; Slemmestad Fine Arts, Oslo; Centrale Fies, Dro; Kunstverein, Amsterdam; Atelersi, Bologna; Baloun Rouge, Bruxelles; Shanaynay, Paris. Ha progettato numerose pubblicazioni per artisti e istituzioni in tutta Europa. È membro fondatore di PUBLIKATIONEN + EDITIONEN e Umgebung Records. Dall’autunno 2017 Faoro è dottorando presso lo IUAV di Venezia.

Judith Fegerl
Il lavoro di Judith Fegerl Lazy eight mette in evidenza il funzionamento delle infrastrutture che di consueto vengono nascoste. L’installazione, che può essere assemblata in modi diversi a seconda dei contesti, in modo del tutto manifesto performa (e dà forma a) la trasmissione di elettricità: funziona come fulcro di smistamento all’interno della mostra fornendo e dislocando l’energia dove richiesto. La presenza delle infrastrutture viene ribaltata in maniera dichiarata: invece che minimizzarne la visibilità, Fegerl ne espande la mobilità e le potenzialità attraverso due forme, il quadrato (che si sviluppa tridimensionalmente nel cubo) e il suo doppio, l’ottagono. Se da una parte, attraverso le figure, viene palesata un’organizzazione matematica e geometrica, dall’altra si evidenzia una latente caoticità – non è prevista una configurazione precisa e i cavi si irradiano liberamente nello spazio. “Lazy eight” può diventare un’installazione voluminosa o venire accorpata in pochi elementi: si espande e si contrae come una macchina pulsante che lavora in funzione, e mette in funzione, altri dispositivi. Nel titolo, il numero otto, che tradizionalmente si riferisce all’equilibrio cosmico, viene qualificato come “pigro”. E’ proprio in questa giocosa contraddizione di termini che, come in un’equazione matematica a due incognite, si percepisce la potenza di quest’opera.

Judith Fegerl (1977, Vienna, Austria) vive e lavora a Vienna. Ha studiato presso l’Università di Arti Applicate e presso l’Accademia di Belle Arti a Vienna. Mostre personali recenti includono: in charge, Galerie im Taxispalais, Innsbruck, 2017 (solo), BC21 Art Award, 21er Haus, Vienna, 2017, Judith Fegerl / Christoph Weber, Kunstverein Leipzig, Leipzig, 2016, phasenraum, Museion, Bolzano, 2013 (solo), White Noise, Kunsthaus Glarus, Glarus, 2015, Statement at Art Basel, Galerie Hubert Winter, Basel, 2013 (solo), III. Moscow Biennial for Young Art, Moscow, 2012.

Roxane Huilmand
Nel film Muurwerk diretto da Wolfgang Kolb (1987) la danzatrice Roxane Huilmand si muove nei vicoli del centro storico di Bruxelles. In questi spazi interstiziali Huilmand, in contatto con la strada e i muri degli edifici, sviluppa una sequenza di movimenti che vengono costruiti tramite la ripetizione della differenza, l’amplificazione di un nucleo. Come elettroni di un atomo, i movimenti si propagano su traiettorie spiraleggianti, potenzialmente all’infinito. Nel contatto con la materia della città, Huilmand indaga i corto-circuiti e le opportunità insiti nelle relazioni individuo-architettura. In questa connessione con i muri e i pavimenti, in questa dimensione interstiziale, vengono esplorate le superfici di contatto come strumenti generatori di movimento. Al contempo fluida e violenta la sequenza esplora le nozioni contrastanti e complementari di contatto e distacco, sinergia e rifiuto, azione e reazione attraverso il filtro della “commozione” (prendendo in considerazione la definizione che Furio Jesi dà di “commozione”: la facoltà di essere soggiogati da un sentimento o da un pensiero fino a che non ci si identifica con l’oggetto di questo sentimento o pensiero, tanto da arrivare a conoscerlo). A partire dalla città, dalla strada, i corpi accumulano la forza necessaria all’azione, controllata e potenzialmente incontrollabile.

Dopo aver studiato a Rotterdam, Roxane Huilmand è entrata a far parte di Rosas (la compagnia di danza di Anne Teresa de Keersmaeker), dove è rimasta dal 1984 al 1989. Dal 1985 al 1989 ha lavorato come coreografa presso il Kaaitheater a Bruxelles. Ha ideato Muurwerk, Tanz mit Männer, Capricieuse ed è stata in tournée in Belgio, Europa e Giappone. Continua a realizzare coreografie con ASHKA e su richiesta in Francia e in Austria (tra cui: Hic et Nunc, Virelay, Bonjour Gérard). Roxane Huilmand ha danzato nei film di Wolfgang Kolb Muurwerk, Hoppla!, Capricieuse, Aix '89. Dal 1990 ha insegnato in svariati laboratori in festival, scuole e organizzazioni in tutto il mondo (Jacobs Pillow Dancefestival USA, Mimeschool Amsterdam, Cdc Toulouse). Tra il 1991 e il 1994 ha diretto il repertorio di Rosas e dal 1996 ha lavorato come docente presso la facoltà di P.A.R.T.S., Rits, H.I.D. e varie aziende. Dal 1997 è direttrice di danscentrumjette.

Birgit Jürgenssen
Le opere di Birgit Jürgenssen presenti in mostra ricercano la dimensione liminale degli interni: da una parte un disegno (senza titolo) del 1975, dall’altra una selezione di fotografie tratte dalla serie Interieurs (1997). In questa selezione si delinea un arco temporale di quasi vent’anni, in cui il confine tra interno ed esterno, architettura (anche temporanea) e natura, visibilità e impercettibilità si dissolve continuamente.

Se nel disegno l’artista ha presentato lo spazio temporaneo di una tenda che, aprendosi su una radura, allude alla relazione uomo-animale-natura e all’evocativo binomio preda/predatore in una cornice che rimanda formalmente alla femminilità, nella serie Interieurs Jürgenssen utilizza come punto di partenza la costruzione dell’immagine e dell’immaginario della casa. In questa serie l’artista ha riformulato l’uso del manuale di ammodernamento domestico "The Instant Decorator" (1976) e ne ha manipolato i modelli di interni, prototipici di vari stili e epoche. Degli spazi di riferimento, il manuale presenta solamente i contorni così da lasciare spazio alla personalizzazione da parte dei lettori. Il lavoro di Jürgenssen indaga proprio questo interstizio di libertà individuale all’interno di schemi stabiliti: sulle sagome proposte vengono proiettate ombre e corpi, così da coinvolgere nel discorso sul domestico non solo l’individuo, ma anche l’ambiente esterno. A cavallo tra spazio privato e spazio pubblico, le opere di Jürgenssen affrontano l’indissolubile legame e le inevitabili mutue influenze tra i corpi e gli ambienti: se da una parte divengono un tutt’uno come nella serie Interieurs, dall’altra, come nel disegno senza titolo, esplorano le relazioni di potere.

Birgit Jürgenssen (1949-2003, Vienna) ha iniziato la sua carriera artistica nel 1968 studiando presso l'Università di Arti Applicate di Vienna, dove, nel 1980, è diventata docente. Successivamente ha insegnato all'Accademia di Belle Arti di Vienna. La Kunsthalle Tübingen ospiterà una sua retrospettiva nell'autunno 2018, e si recherà alla GAMeC di Bergamo nel 2019. Mostre collettive degne di nota: The Shape of Time, a cura di Jasper Sharp, Kunshistorisches Museum, Vienna (2018); Virginia Woolf: An Exhibition Inspired By Her Writings, curata da Laura Smith, Tate St Ives, UK (2018); Women House, curata da Camille Morineau, La Monnaie de Paris (2017), e The Beguiling Siren is Thy Crest, Museum of Modern Art in Warsaw (2017). Mostre personali: Birgit Jürgenssen Retrospective, Bank Austria Art Forum, Vienna (2011); footwear. Subversive Aspects of ‘Feminism’, MAK, Vienna (2004); Früher oder später, State Museum, Linz (1998), e Lineaturen, Albertina, Vienna (1978). Le opere di Birgit Jürgenssen sono incluse nelle collezioni del Museum of Modern Art, New York; Tate Britain, London; Centre Pompidou, Paris; and MAK, Austrian Museum of Applied Arts, Vienna.

Aglaia Konrad
Aglaia Konrad indaga gli agglomerati urbani e la loro espansione; estende i confini della fotografia e delle sue possibilità di presentazione attraverso un continuo lavoro sugli spazi espositivi.

I Dakar Cuts presenti sulle finestre dello Spazio Murat, sono “ritagli” di architetture iniziate, riprese con una prospettiva a volo d’uccello (dall’alto, da lontano). Sembrano planimetrie e difatti rimangono nella dimensione del progetto, ma nella loro fattuale oggettività affermano, per chi compra un pezzo di terra a Dakar, che quello spazio acquistato è occupato. Una volta procuratisi un numero minimo di mattoni, questi vengono disposti su una planimetria provvisoria, in attesa di recuperare maggiori risorse finanziarie per comprare la quantità di materiale necessaria a costruire l’edificio intero. Icono“copy”city esamina gli spazi metropolitani e intesse la trama della “città” dal micro al macroscopico. È un saggio visivo che espande un lavoro editoriale nello spazio espositivo, diventando tutt’uno con esso. Diviene come una pellicola, un film che partendo dal “qui” e arrivando fino ai satelliti, permette e impedisce a un tempo una visione d’insieme.

Nei due video Effort Square, composti da frammenti girati in un lasso di tempo di circa 5 anni, si susseguono osservazioni su metropoli e continenti differenti: dall’interno dello Spazio Murat si viene quindi proiettati negli svariati spazi pubblici in Cina, Africa e America.

Austriaca, artista autodidatta, vive a Bruxelles e insegna presso LUCA School of Arts. Ha partecipato a svariate mostre internazionali, come “Documenta X”, 1997 a Kassel; “Cities on the Move” 1998 e 1999 (Bordeaux, New York, London, Helsinki, Wien); “Shanghai Biennale” 2000, “Gazes of Architecture on the Body”, Tokyo Wonder Site e Museum of Contemporary Art, Kumamoto, “In the First Circle”, Tapies Foundation Barcelona, “EMINENT DOMAINS (proper names)”, Robert Miller Gallery, New York City; “Hollein”, MAK Vienna; “The Brutalism Appreciation Society”, HMKV Dortmund. Mostre personali presso: Camera Austria, Graz; Museum of Contemporary Art in Siegen; Sainsbury Gallery Norwich; Fotohof Salzburg; STUK und Netwerk Aalst; M Museum, Leuven.

Pubblicazioni: Elasticity (2002); Iconocity (2005); Desert Cities (2008); Carrara (2011); Zweimal Belichtet (2013); Aglaia Konrad: From A to K (2016); SCHAUBUCH: Skulptur (2017).

Inga Meldere
Come un fregio, Primavera II è un’opera stratificata che elabora un’architettura intesa in senso lato, ossia come costruzione di ambienti. Meldere non solo fa riferimento a elementi archetipici che provengono sia dalla mitologia e dall'iconografia che dalle narrazioni popolari, ma introduce anche un discorso sugli ambiti (connessi) di produttività e non-produttività. Si assiste a una progressiva dilatazione (o suddivisione) verticale dello spazio delle scene che sembra presupporre non solo una ripetizione dei temi dell’opera, ma anche della sua stessa struttura. 78 è basato su una fotografia trovata nel Finnish Yearbook (1978), un annuario che riuniva gli eventi più rilevanti per la politica, l’arte, lo sport e la cultura in generale. La scena rappresenta la stanza di un museo derubato: in uno stato di sospensione dopo “l’accaduto”, permangono solo alcuni dettagli della fotografia originaria, altri si celano sotto uno strato di pittura verde. Si intravede una silhouette senza volto, che si confonde nella trama, tra le “pieghe” dell’immagine. Attraverso la presenza dell’angolo, elemento fondante per la creazione dello spazio architettonico, è possibile (ri)costruire la memoria del luogo e dell’evento storico, collocarla tra coordinate al contempo precise e indefinite.

Hermés richiama una dimensione indefinita, che rimane riconoscibile seppur solo parzialmente. In questo caso si tratta di un’architettura emotiva e mnemonica, che collega la storia privata con quella collettiva/pubblica. L’immagine di base viene coperta, oscurata quasi integralmente, mentre una fonte di luce “buca” il paesaggio indistinto. Sebbene l’ordito dell’opera rimanga in parte nascosto, il titolo evoca la divinità mitologica greca, il dio portatore di sogni e interprete, dal cui nome deriva la parola “ermeneutica”. Forse proprio grazie a questo rimando linguistico, si possono leggere e formulare i diversi significati di questa scena, di questo spazio dove proiettare fantasie e memorie.

Inga Meldere (1979, Kuldiga, Lettonia) vive e lavora a Helsinki. Dopo aver ottenuto il Bachelor in Pedagogia all'Università della Lettonia e aver studiato arti visive presso l'Accademia d'arte della Lettonia, Meldere è stata ricercatrice presso la Jan Van Eyck Academie di Maastricht. Recenti mostre personali includono: Vertex, SIC art space, Helsinki, Finland (2017), Coloring Books, Contemporary Art Center kim?, Riga (2016); House by the waterfall or colouring books for adults,Temnikova & Kasela gallery, Tallinn (2016), Writers room, Museum of Janis Rozentals and Rudolfs Blaumanis, Riga (2015); Berzkalni, Gallery G12, Helsinki (2015); Magic Mountain, Gallery XO, Riga (2014). Mostre collettive: There And Back Again. Contemporary Art from Baltic sea region (2018- 2019) KIASMA Museum of Contemporary Fine Arts of Finland, Divdabis Latvian National Museum of Arts, Riga (2016), Enough is enough (2011) Temnikova & Kasela, Tallinn, Le fragole del Baltico, Careof, Milano (2015); Survival K(n)it 7, LCCA, Riga (2015); Important contemporary Latvian artists, National Arts Club, New York; Driehaus Museum, Chicago; Latvian National Museum of Art, Riga (2012). Nel 2016 è arrivata tra i finalisti del premio kim? Residency Award ed è stata nominata per il premio Purvitis Award.

Maruša Sagadin
Il lavoro di Maruša Sagadin si costruisce sulle connessioni e collisioni tra architettura, scultura, moda postmoderna, questioni di genere, spazio urbano e linguaggio e ruota attorno alla nozione di commercializzazione dei desideri, degli impulsi e delle esperienze. Attraverso l’uso di materiali architettonici (come il cemento, l’acciaio, la schiuma isolante e il legno) e di riferimenti alla cultura popolare e di strada, le sue opere integrano, da una parte un commento sull'economia degli spazi urbani e pubblici, dall’altra l’impossibilità delle categorizzazioni. Sagadin usa la materialità e le differenze di scala per mettere in discussione le forme della visibilità e le dinamiche di potere nell’ambito dell’architettura. Utilizza come materia prima l’esperienza personale per costruire forme che sembrano essere utili, durature e senza tempo. Extra Extra Elle è una serie di sculture che riformulano alcune architetture di Zaha Hadid (la prima architetta ad ottenere nel 2004 il premio Pritzker). I confini del design architettonico si sovrappongono a quelli del design del prodotto, un prodotto di uso quotidiano e personale: la scarpa. Con un giocoso ingrandimento di scala (quasi carrolliano), l’artista sistematizza le relazioni tra visibilità, potere e perfomatività con le questioni di genere.

Maruša Sagadin è nata a Lubiana (Slovenia) e vive a Vienna (Austria). Nel 2015/2016, ha ricevuto l'ISCP Grant a New York City e, nel 2010, la Schindler Grant al MAK - Center for Art and Architecture di Los Angeles. Il suo lavoro è stato esposto di recente presso SPACE (London, United Kingdom), Christine König Galerie (Vienna, Austria), Austrian Cultural Forum New York (USA), Syndicate (Cologne, Germany), Kunsthalle Wien (Vienna, Austria), Neue Galerie (Innsbruck, Austria), Museum of Contemporary Art, Ljubljana (Ljubljana, Slovenia), 21er Haus (Vienna, Austria), and Grazer Kunstverein (Graz, Austria). Nel 2016 la sua monografia © MMXV, pubblicata da Verlag für Moderne Kunst e progettata da Christian Hoffelner, collaboratore di lunga data, è stata selezionata tra i libri finalisti di Schönste Bücher Österreichs 2016, un premio per pubblicazioni prodotte in Austria nell’ambito di tutte le discipline. Dal 2011 al 2017 ha insegnato all’Accademia di Belle Arti di Vienna nel Dipartimento di Arti Performative e Scultura.

Melissa Destino
Melissa Destino (1984, Bari) è una curatrice indipendente, dottoranda presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna nel Dipartimento di Art Theory and Cultural Studies. Lavora presso Galerie Hubert Winter, Vienna.

Ha studiato Disegno Industriale al Politecnico di Bari, Arti Visive allo IADE di Lisbona, Grafica dei Sistemi: Comunicazione e Design per l'Editoria, indirizzo Fotografia dei Beni Culturali all’ISIA di Urbino e Curating Contemporary Design presso la Kingston University, Londra in collaborazione con il Design Museum di Londra. Terminati gli studi ha lavorato presso varie gallerie di arte contemporanea (Office Baroque, Anversa, Sprüth Magers, Londra, Sassa Trülzsch, Berlino) e ha assistito la curatrice Elena Filipovic in diversi progetti editoriali, tra cui “The Artist as Curator”, Mousse Publishing. Ha collaborato con Marinella Senatore nella produzione di “The School of Narrative Dance”, Bruxelles nella cornice della Biennale urbana ParckDesign 2016 sponsorizzata da IBGE e WIELS.

Informazioni
Lo Spazio Murat è a Bari in piazza del Ferrarese.

La mostra sarà aperta dal martedì al sabato dalle 11 alle 20; domenica dalle 11 alle 13 e dalle 16 alle 20. Lunedì: chiuso.

Informazioni al numero 080 2055856, sui siti web http://www.spaziomurat.it/; www.comune.bari.it, su Facebook: https://www.facebook.com/spaziomurat/, su Instagram: spaziomurat.

L’Ingresso è libero e gratuito, previa registrazione sui moduli predisposti all’ingresso.